Bologna, una ferita mai rimarginata

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Uno dei misteri italiani

 Ero giovane, molto giovane quando partecipai alla prima commemorazione della strage di Bologna, a cavallo tra la fine di Luglio e l’inizio di Agosto del 1981.

Ero giovane ed avevo il mondo nelle mani, un sacco a pelo ed una chitarra in spalla, ed in quei giorni Bologna si apprestava a commemorare ancora una volta delle vittime perite per mano fascista. Si perchè in quei giorni  ricordava quegli ottantacinque morti, lasciati all’interno della sua stazione ferroviaria, dall’esplosione di una bomba a dir poco micidiale. Una bomba costituita da ben ventitre kg di esplosivo, composto da 5 kg di tritolo, il t 4, conosciuto come l’esplosivo usato nella strage di Capaci dove morirono Falcone, la moglie e alcuni uomini della sua scorta, e poi utilizzato anche nell’attentato di via D’Amelio per uccidere Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Dicevo, tritolo t 4 e 18 kg di nitroglicerina, posti dentro una valigia lasciata nella sala d’aspetto della stazione che in quei giorni era affollata di gente che andava in ferie o partiva per le vacanze oppure tornava a casa. Bologna snodo ferroviario di vitale importanza per i collegamenti tra mord e sud mostrava la sua ferita più grossa, più grave, più terrificante.

Dopo l’esplosione lo scenario che si presentava era da bombardamento bellico, ma non c’era una guerra palese, c’era un attacco portato al cuore dello stato da gruppi reazionari che rispondevano soltanto ad una logica di violenza e di destabilizzazione, in conbutta con pezzi stessi dello stato.

Apparve sin da subito chiaro quale fosse la matrice di quell’attacco vile ed assassino, ma, malgrado ciò, organi istituzionali dichiararono sin da subito che si trattava di un incidente, salvo poi essere smentiti nei giorni a seguire dalla reale matrice terroristica.

Per soccorrere i feriti e portare via i morti vennero utilizzati gli autobus e persino delle auto private tanto erano numerosi. Ottantacinque morti ed oltre duecento feriti.

Erano gli anni di uno dei tanti governi Cossiga (kossiga) e proprio Cossiga, forse in base alle informative ricevute, subito dopo l’attentato si apprestò a dichiarare che si era trattato di un incidente. Il presidente della repubblica Sandro Pertini, il migliore presidente della repubblica che l’Italia abbia mai avuto, dopo la strage si premurò ad andare a constatare di persona quanto accaduto, ed a portare le sue lacrime. Erano tempi dove ancora il ruggito degli anni di piombo si faceva sentire, e dove in tanti si premurarono a depistare non solo la matrice della strage ma persino i mandanti e gli esecutori.

Come succede sempre, in questi casi, avvengono degli arresti, forse per calmare l’opinione pubblica che preme per sapere la verità richiedendo giustizia. Arresti che dopo poco tempo vengono tutti annullati e gli arrestati rilasciati.

Il primo vero processo per la strage di Bologna inizia nel 1987 e conclude l’iter processuale solo nel 1995, con degli strascichi che arrivano sino al 2006.

Vennero condannati il gran maestro della loggia massonica P 2 Licio Gelli per depistaggio, i neofascisti dei NAR Giusva Fioravanti e la sua compagna Francesca Manbro, l’agente del SISMI Francesco Pazienza, e gli ufficiali dei servizi segreti militari Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte anche essi per depistaggio e Luigi Ciavardini condannato a trenta anni.

Inutili risultarono le varie ipotesi che si davano come autori della strage  personaggi del conflitto arabo israeliano.

Nel 1981 si costituì l’Associazione dei familiari delle vittime della strage, che si adoperò talmente tanto da fare in modo che la verità venisse a galla, e in quel 1981 che tanti ragazzi giuti da tutta europa si radunarono sul sagrato di San Petronio a piazza Maggiore come tanti zingari felici ad   ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Liborio Martorana

(da una nota pubblicata dall’autore, nella pagina facebook 20 Rivoluzionari il 2 agosto 2011)

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